Intervista alla Dottoressa Florean, medico Nutrizionista con esperienza clinica in terapia con Cannabinoidi

Buongiorno Dott.ssa Valentina Florean, grazie pre essersi resa disponibile a rilasciare un’intervista per InFioreScienza

Si vuole presentare? Sono Valentina Florean, ho 31 anni. Mi sono laureata in Medicina e Chirurgia a Genova nel 2016. Dal 2020 mi occupo di cannabis medicale e nutrizione.

Quando e come è iniziata la sua esperienza con la cannabis terapeutica? Nel 2019 ho incontrato il Dott. Marco Bertolotto, grazie al quale ho conosciuto il mondo della cannabis medicale. Si può dire che sia stata una full immersion, perché mi ha permesso di affiancarlo quotidianamente nella gestione dei pazienti e di comprendere concretamente il potenziale di questo strumento terapeutico.

Quali sono le principali patologie di cui si occupa e qual è la fascia di età prevalente fra i suoi pazienti? Devo dire che vedo pazienti di tutte le età, dai bimbi agli anziani; indicativamente le patologie più frequenti sono le diverse forme di dolore cronico (es: Fibromialgia, Neuropatie) e le malattie Neurodegenerative.

Quando e come i pazienti arrivano a contattarla? Da quel che vedo il “passaparola” è ancora la formula più efficace, soprattutto tra pazienti che si conoscono tra loro o fanno parte di associazioni. Anche i social sono fondamentali per implementare la visibilità e la conoscenza di questo tema.

Quali forme di somministrazione predilige? Le forme per somministrazione orale, come oli e capsule oppure la via inalatoria, tramite vaporizzazione.

Che tipo di risultati ha potuto vedere tra i pazienti che usano la cannabis terapeutica? Tutti. Nei casi più fortunati migliora nettamente la qualità della vita agendo sul sonno, sull’appetito, sui sintomi clinici e sull’umore. Nei casi meno fortunati non ha alcuna efficacia, come può capitare con ogni farmaco.

Quali sono gli effetti collaterali che i suoi pazienti le riferiscono più spesso? Gli effetti indesiderati sono possibili, tra i più frequenti troviamo: ansia, insonnia, tachicardia, confusione. Ma sono dose dipendenti e legati soprattutto al THC; in tandem con il paziente si modifica la terapia, scegliendo i dosaggi o il tipo di cannabis più adatti. Il motivo per cui di solito decidiamo di non continuare il trattamento è l’assenza di beneficio anche dopo vari tentativi.

In base alla sua esperienza, qual è l’approccio corretto per arrivare alla prescrizione di cannabis terapeutica adatta al singolo paziente?Conoscerlo, spiegare con pazienza che la cannabis è comunque un farmaco e non una panacea per tutti i mali. Mantenere un contatto costante, soprattutto all’inizio, monitorando la risposta individuale e raccogliendo le informazioni cliniche utili per capire in che direzione dobbiamo proseguire.

Proponendo una terapia a base di cannabis terapeutica si incontra spesso pregiudizio e incertezza, è successo anche a lei? Sì, naturalmente. A volte più dai colleghi che dai pazienti, i quali spesso arrivano in ambulatorio già informati ed aperti all’idea. Il mio suggerimento, credo molto in linea con il momento storico che attraversiamo, è semplicemente di informarsi. Non vedo il motivo di escludere a priori dal panorama medico uno strumento così valido e versatile, che al peggio non ha effetto nel singolo caso, ma non danneggia o si contrappone ad altre strategie terapeutiche. La letteratura esiste ed è a portata di tutti. Per contro non mi associo nemmeno al “mi voglio trattare solo con la cannabis perché sono contrario/a ai farmaci”, perché i pregiudizi ci sono per tutti e per tutto. Ben venga che i farmaci esistano, ben venga che esista la cannabis medicale (che, ripeto, è un farmaco) e ben venga aiutare i pazienti con tutti i mezzi di cui disponiamo.

Fra i suoi pazienti, ha riscontrato problemi di approvvigionamento della terapia? Purtroppo i problemi di approvvigionamento sono all’ordine del giorno. Da quest’anno grazie alla collaborazione con il Poliambulatorio Clinn di Milano, con cui sia il Dott. Bertolotto che io lavoriamo dal 2019, stiamo cercando di centralizzare le prescrizioni e collaborare con le farmacie galeniche che si occupano di cannabis in Italia, per orientare le ricette in base alla disponibilità di materia prima e quindi garantire la maggior continuità di terapia possibile al paziente. E’ un lavoro notevole, spesso non percepito, e in alcuni momenti dell’anno in cui non arrivano le forniture (come in questi mesi) è davvero un delirio. Si vive nella speranza che questo cambi, perché per i pazienti in terapia il rimanere scoperti è veramente un disagio importante.

Quanto è importante l’informazione e la comunicazione in questo ambito? Come in ogni ambito, l’informazione è fondamentale, sia verso il paziente, sia tra colleghi.

Cosa si augura per il futuro? Mi auguro che venga compreso che la cannabis medicale è un’arma in più che abbiamo nella cura del paziente, che ha un enorme potenziale benefico e una versatilità che pochi farmaci possiedono. Mi auguro che i pazienti che sono già in terapia o che desidererebbero iniziare trovino colleghi dalla mentalità aperta ed informati e che, soprattutto, sia più facile per loro reperirla e per noi garantire la continuità di cura.

Con quale impatto il Covid ha inciso sulla reperibilità della cannabis terapeutica? Sicuramente non è stato d’aiuto, ma i problemi erano presenti anche prima e sono presenti tuttora.

Come questo periodo di emergenza sanitaria ha influito sui Suoi pazienti ? Il periodo Covid ha agito sui malati a mio parere in modo dicotomico, come sulla popolazione in generale: in alcuni casi, purtroppo numerosi, ha portato ad un forte peggioramento sia fisico che psicologico. Per tutti stare chiusi in casa è stato pesante, ma per persone che necessitano costantemente di fisioterapia o di altri interventi riabilitativi perdere questo aspetto è stato drammatico. Altri invece hanno ridotto i ritmi e avuto modo di pensare di più a loro stessi, guadagnando in riposo e serenità. Quindi, davvero, è stata un’esperienza impattante per tutti e per ognuno in modo diverso. In questo la tecnologia ci ha permesso di riuscire a seguire i pazienti a distanza e di non abbandonarli nonostante le restrizioni.