Intervista al Dott. Francesco Crestani medico specialista in anestesia e rianimazione e terapia del dolore

I: Buongiorno Dott. Francesco Crestani, grazie per essersi reso disponibile a rilasciare un’intervista a inFioreScienza. Si vuole presentare?

C: Sono medico, specialista in anestesia e rianimazione, e lavoro nell’Azienda ULS 5 Polesana di Rovigo. Mi occupo in particolare di dolore.

I: Perché ha iniziato ad interessarsi alla cannabis terapeutica?

C: Lavorando sul dolore, uno degli approcci è quello dell’agopuntura, che viene classificata come “Medicina non convenzionale”, anche se la mia interpretazione di questa terapia è strettamente razionale e scientifica. In seguito ho iniziato a studiare la Fitoterapia, altra forma di terapia inclusa tra le “non convenzionali”, pur avendo basi strettamente scientifiche. Un altro motivo che mi ha spinto ad approfondire la terapia con le piante è il mio interesse per la natura in tutti i suoi aspetti: non è un caso che io sia attivista del WWF da vari decenni, e che abbia fondato la Sezione di Rovigo dell’Associazione. Ho iniziato così a studiare le piante con effetto sul dolore, e tra queste ho scoperto, circa venti anni fa, la Cannabis. In quel periodo era stato caratterizzato da poco il sistema endocannabinoide, ma solo negli anni successivi sarebbe esplosa la ricerca clinica, che, a ben vedere, non ha fatto altro che riscoprire e avvallare quanto era già noto nella nostra Medicina occidentale fino ai primi decenni del Novecento. Fino, cioè, a quando il proibizionismo fece sparire la Cannabis non solo dalle strade, ma anche purtroppo dalle farmacie.

I: Le è stato il primo medico ad effettuare una richiesta di importazione di un cannabinoide in Italia, era il 2001. Come e perchè è arrivato a questa decisione?

C: Nel caso specifico si trattava di un’anziana signora affetta da un tumore inoperabile, e che mal tollerava le terapie palliative che le erano state somministrate. Pensai così di ricorrere a un cannabinoide, l’unico allora disponibile, cioè il Marinol, compresse di THC puro semi-sintetico, approvate fin dal 1985 dalla Food and Drugs Administration americana per la nausea da chemioterapia. La legge prevede che se un paziente non risponde alle terapie presenti sul mercato italiano è possibile chiedere di importare farmaci dall’estero, se si presume che il malato possa avere una risposta. Esiste anche un modulo apposito preparato dal Ministero della Salute. Questo compilai, pensavo ingenuamente che non ci sarebbero stati problemi, in fondo seguivo quanto previsto dai regolamenti.

I: È riuscito ad ottenere ciò che aveva chiesto?

C: Per la prima volta mi imbattei in uno dei tanti controsensi, assurdità, “fake news”, fino al limite del boicottaggio, che caratterizzano il mondo della canapa medica. In pratica l’Azienda Sanitaria della paziente (che non è quello ove io lavoro) inopitanatamente si rifiutò di dar seguito alla mia richiesta di importazione. I figli della signora allora si rivolsero a un giudice, che sentenziò che la mia richiesta era regolare e l’ULS non poteva rifiutarsi. Il caso esplose sui mass media, che però stravolsero, guarda caso, la notizia. Scrissero infatti: “Il giudice ordina la marijuana per una malata”! Fu la prima volta che il problema cannabis terapeutica apparve su stampa, televisioni e, per quel poco che c’era allora, su Internet. Fioccarono province e comuni che deliberavano a favore della cannabis terapeutica (il che aveva poco senso); ne parlò persino Enzo Biagi nella sua rubrica serale. Il famoso direttore di un Istituto di ricerche farmacologiche tuonò dalle pagine di una rivista nazionale che i giudici non si dovevano sostituire ai medici. Risposi con una lettera, dicendo che il giudice aveva solo stabilito che la prescrizione fatta da un medico era lecita. Sta di fatto che, tra una cosa e l’altra, ci volle quasi un anno prima che il farmaco arrivasse in Italia; e arrivò, per colmo della sorte, tre giorni prima che la signora morisse, quando ormai era in coma e, ovviamente, non ne poté usufruire.

I: Nel 2002, in collaborazione con altri famosi esperti, ha pubblicato il primo libro scientifico/divulgativo sulla cannabis medica in Italia. Come nasce l’idea? Ci da qualche riferimento per chi volesse leggerlo?

C: Nel 2001 vari esperti ed interessati al problema si unirono a formare l’Associazione Cannabis Terapeutica, la prima ad interessarsi specificatamente del problema. Una delle prime decisioni fu di riunire le nostre competenze per divulgare le conoscenze allora disponibili. Era appunto un testo divulgativo, ma inoppugnabile dal punto di vista scientifico. Tra gli autori, i maggiori conoscitori della canapa, tra questi Di Marzo, Grassi, Cappuccino, e il sottoscritto.

E’ disponibile ora liberamente sul web, ad esempio su questo sito http://www.stampalternativa.it/liberacultura/books/ERBAMEDICAPERLIBERA.pdf

I: Nel 2010 fu presentata la prima proposta di legge regionale sulla cannabis alla Regione Lombardia da Lei, dal dott. Giampaolo Grassi e da Alberto Sciolari. Rimase lettera morta, ma fu la base per tutte le successive leggi regionali. Ce ne parla?

C: La domanda mi permette di ricordare Alberto Sciolari, paziente “impaziente”, validissimo ed esperto in leggi e regolamenti, che fu uno dei maggiori promotori di questa e altre iniziative. Purtroppo è venuto a mancare qualche anno fa. Della legge in questione non se ne fece più niente, ma molte sue parti vennero riciclate o dettero la stura a proposte successive. Come quella toscana, che andai a perorare al Consiglio Regionale a Firenze, o quella friulana, e qui dovetti andare al Consiglio Regionale a Trieste, e quella veneta, e qui ovviamente mi spostai a Venezia.   

I: Cosa prevede l’attuale legge Regionale del Veneto?

C: Il regolamento attuale, approvato nel giugno 2019, prevede il rimborso per le seguenti patologie:

  1. analgesia nel dolore cronico correlato a spasticità in pazienti con sclerosi multipla;
  2. analgesia nel dolore cronico correlato a spasticità in pazienti con lesione del midollo spinale;
  3. analgesia nel dolore cronico (con particolare riferimento al dolore neurogeno);
  4. analgesia nel paziente oncologico;
  5. nausea e vomito causati da chemioterapia, radioterapia, terapie per HIV;
  6. effetto stimolante l’appetito nella cachessia, anoressia, perdita dell’appetito in pazienti oncologici o affetti da AIDS e nell’anoressia nervosa;
  7. glaucoma;
  8. sindrome di Gilles de la Tourette

I: Che tipo di risultati ha potuto vedere tra i pazienti che usano la cannabis terapeutica?

C: Considerando che si tratta in genere di patologie complesse e gravi, e che per legge è possibile prescrivere la cannabis solo dopo aver fallito con le altre terapie, è rimarchevole il fatto che tanti pazienti rispondano e ne traggano benefici, con scarsità di effetti collaterali. Peraltro le dosi utilizzate sono in genere abbastanza basse, la terapia alla fine costa meno di tante altre. Ho fatto una statistica dei miei casi trattati tra il 2016 e il 2108. Nessuno ha mostrato un peggioramento della sua malattia a causa della cannabis, il 30% è rimasto stazionario e il 70 % è migliorato. E, ripeto, erano tutti pazienti che avevano provato svariate terapie farmacologiche ed invasive senza trarne beneficio. Inoltre la percentuale di migliorati sarebbe stata probabilmente maggiore se non ci fossero state tutte quelle difficoltà che purtroppo ostacolano questa cura. Il prezzo, ad esempio, e ricordo che i primi anni era completamente a carico dei pazienti e un grammo costava anche più di trentacinque euro; il problema di trovare la farmacia che la tratti; le differenze nei preparati delle diverse farmacie; i medici che, una volta che io abbia impostato la cura, si rifiutano di proseguire con le prescrizioni successive, e via così. Senza dimenticare l’annoso problema della ciclica penuria di cannabis

I: La cannabis medica ha un effetto solo a breve termine o il miglioramento permane costante nel tempo?

C: La letteratura scientifica dice che in genere non esiste il fenomeno della “tolleranza”, cioè la necessità di dover aumentare le dosi per tenere costante la risposta nel tempo. Io ho pazienti che la usano da anni, e con quantità costanti.

I: Quali forme di somministrazione predilige?

C: Direi che gli estratti in olio, con la possibilità di dosare le gocce, sono la forma più comoda sia per il medico che per il paziente.

I: In base alla sua esperienza, qual è l’approccio corretto per arrivare alla prescrizione di cannabis terapeutica adatta al singolo paziente?

C: Così come per qualsiasi terapia, è fondamentale sentire la storia del paziente, studiare le precedenti visite, gli esami, i ricoveri. E soprattutto vedere di persona il malato e visitarlo.

I: Fra i suoi pazienti, ha riscontrato problemi di approvvigionamento della terapia?

C: Come ho detto sopra, è una storia che si ripete ciclicamente. Mi è toccato spesso cambiare tipo di cannabis, magari dopo mesi che il paziente era stabilizzato nella terapia, oppure mi è toccato studiare dei “mix” di diversi tipi di canapa per ottenere qualcosa di simile a quanto somministrato in precedenza. In certi casi ho proprio dovuto interrompere la terapia.

I: Lei è Presidente dell’Associazione Cannabis Terapeutica ed è membro di altri numerosi enti ed associazioni, quanto è importante l’informazione e la comunicazione in questo ambito?

C: E’ sempre stato un compito per me fondamentale informare. Ancora troppi pregiudizi circondano la cannabis, sia tra chi la vede solo in negativo, tanto da ostacolarne l’uso persino in malati gravissimi, sia tra coloro secondo i quali la canapa è la soluzione di tutti i mali del mondo. Naturalmente quando si parla di cannabis ricordiamoci che si tratta di un farmaco, non di una sostanza miracolosa in grado di guarire tutte le malattie di tutti i malati, come qualcuno vorrebbe far credere! Per divulgare informazioni adeguate ho aperto ormai da una decina di anni un gruppo Facebook, che si chiama proprio Associazione Cannabis Terapeutica, che conta più di 20.000 iscritti. Sono rappresentante (“Ambassador”) in Italia dell’International Association for Cannabinoids in Medicine, per la quale curo la traduzione del bollettino internet quindicinale. Ogni mese inoltre curo la rubrica “La cannabis che cura” sul sito di Fuoriluogo.it. Poi ci sono le conferenze, i corsi, gli articoli; ogni occasione è buona per cercare di abbattere preconcetti o per costruire nuova conoscenza.  

I: Cosa si augura per il futuro?

C: Certe volte più che al futuro guardo al passato. Dai tempi di quella mia prima prescrizione ne è stata fatta di strada; chi avrebbe pensato allora che si sarebbe arrivati ad avere vari tipi di cannabis nelle farmacie italiane, in molti casi a carico del Servizio Sanitario? La legge italiana, almeno sulla carta, è una tra le migliori al mondo, e a questo si è arrivati grazie al lavoro, spesso oscuro, di tanti malati, medici e tecnici. Le difficoltà sono ancora però molte, e quel che mi auguro è di poter usare un giorno la cannabis così come qualsiasi altro farmaco.