Intervista al Dott. Pierangelo Cifelli neuroscienziato e medico chirurgo, con interessi sia in ambito clinico che di ricerca di base.

I: Buongiorno Dott. Pierangelo Cifelli, grazie per essersi reso disponibile a rilasciare un’intervista a inFioreScienza, si vuole presentare?

C: Sono un neuroscienziato/medico chirurgo, con interessi sia in ambito clinico che di ricerca di base. Questo tipo di formazione mi ha permesso di approcciare il mondo dei fitocannabinoidi e del sistema endocannabinoide praticamente a 360 gradi (from laboratory-bench to bed-side).

I: Quando e come è iniziata la sua esperienza con la cannabis terapeutica?

C: Lo studio medico aperto a Roma è stato praticamente la prima struttura in Italia ad occuparsi esclusivamente di terapie con fitocannabinoidi, e tra pochi mesi festeggeremo i primi 6 anni di attività. L’attività clinica viene svolta di concerto con un collega specializzato in medicina interna, in modo da avere un approccio con il paziente più completo possibile. La necessità di inserire nel team uno specialista internista nasce dalla estrema complessità delle azioni svolte dai fitocannabinoidi, e dalla loro intima associazione con gli altri sistemi fisiologici del nostro organismo.

I: Quali sono le principali patologie di cui si occupa e qual è la fascia di età prevalente fra i suoi pazienti?

C: Nel nostro studio ci occupiamo di diverse patologie, con particolare riferimento alle condizioni caratterizzate dalla presenza di dolore cronico di diversa origine. In questo ambito le patologie sono soprattutto Artrosi/Artrite/Fibromialgia/dolore neuropatico post-erpetico. Seguiamo anche pazienti affetti da patologie neurodegenerative (alzheimer-parkinson-demenze su base vascolare) integrando le terapie convenzionali con fitocannabinoidi. Altro ambito dove i fitocannabinoidi trovano indicazione sono i disturbi del ciclo sonno-veglia, emicranie e cefaleee farmaco-resistenti, patologie infiammatorie cronico dell’intestino (dalle semplici coliti a casi importanti di RCO) ed epilessie farmaco-resistenti.

I: Quando e come i pazienti arrivano a contattarla?

C: Il sistema con cui i pazienti arrivano nostro studio è rappresentato principalmente dal passa-parola. Di solito chi ci contatta ha già una lunga storia di malattia, e molto spesso noi rappresentiamo l’ultima opzione terapeutica per pazienti che hanno già provato molti, se non tutti, i farmaci disponibili per quelle determinate patologie. Proprio per questo motivo la presenza di un medico internista risulta fondamentale, per rimodulare le diverse terapie che negli anni i pazienti si trovano ad assumere.

I: Quali forme di somministrazione predilige?

C: Nel corso degli anni abbiamo messo a punto un protocollo di titolazione abbastanza standardizzato che si basa sul concetto del “massimo risultato con il minimo dosaggio possibile”. Lo scopo è quello di limitare al massimo gli effetti psicoattivi del farmaco migliorando la qualità della vita dei pazienti. Le forme di somministrazione utilizzate sono diverse, e vanno dall’oleolito alle capsule, da creme topiche ad ovuli e supposte. Chiaramente la forma di somministrazione scelta dipende molto dal tipo di patologia che si vuole trattare.

I: Che tipo di risultati ha potuto vedere tra i pazienti che usano la cannabis terapeutica?

C: Lo scopo finale del nostro lavoro è quello di migliorare la qualità della vita dei pazienti. Con questo approccio terapeutico si riesce a ridurre in maniera sostanziale l’assunzione di farmaci antodolorifici (fans, cortisonici ed oppioidi) e dei loro inevitabili effetti collaterali.

I: Quali sono gli effetti collaterali che i suoi pazienti le riferiscono più spesso?

C: Effetti collaterali veri e propri non ci sono mai stati segnalati. La titolazione del dosaggio fatta in maniera graduale e partendo da dosaggi molto bassi evita di avere questo tipo di problematiche.

I: In base alla sua esperienza, qual è l’approccio corretto per arrivare alla prescrizione di cannabis terapeutica adatta al singolo paziente?

C: Le terapie con cannabinoidi sono molto complesse perché ogni paziente ha un diverso tipo di risposta al farmaco. Non esiste un dosaggio standardizzato per le diverse patologie e questo dipende da diversi fattori (espressione recettoriale del singolo paziente, peso e metabolismo, funzionalità epatica e cardiaca). Per questo motivo la terapia è molto personalizzata, ed ogni paziente rappresenta un caso a se stante.

I: Proponendo una terapia a base di cannabis terapeutica si incontra spesso pregiudizio e incertezza, è successo anche a lei?

C: Rispetto a 6 anni fa, quando abbiamo iniziato questa attività le cose sono molto cambiate; c’è molta più attenzione verso l’argomento e diversi colleghi hanno cominciato ad interessarsi. Va segnalato purtroppo un fenomeno tipicamente italiano, dove da un lato ci sono persone convinte che la cannabis terapeutica possa curare tutte le patologie possibili e dall’altro chi non crede assolutamente in questo tipo di approccio. Al solito la verità si trova sempre nel mezzo: la cannabis non è la panacea per tutti i mali, ma trova una sua utilità nel trattamento di diverse patologie.

I: Fra i suoi pazienti, ha riscontrato problemi di approvvigionamento della terapia?

C: Ultimamente i problemi di approvvigionamento si sono molto ridotti, e le importazioni da parte delle farmacie galeniche che trattano la materia sono diventate abbastanza regolari. A parte una carenza importante che si è verificata circa due anni fa e che si è protratta per diversi mesi, ad oggi non sono segnalate criticità importanti per l’approvvigionamento da parte di farmacie e pazienti.

I: Lei è anche un ricercatore in ambito Cannabis, ci può raccontare qualcosa in merito ai suoi studi più recenti?

C: Come accennavo prima, sono probabilmente uno dei pochi medici in italia ad utilizzare i fitocannabinoidi sia in ambito clinico che di ricerca di base. La mia attività di ricerca si interessa principalmente dei meccanismi alla base delle epilessie farmaco-resistenti. A questo riguardo gli studi riguardano i meccanismi di azione dei vari fitocannabinodi presenti nelle infiorescenze di cannabis e della loro possibile interazione con i farmaci anti epilettici classici. Con il gruppo di ricerca di cui faccio parte siamo stati tra i  primi ad utilizzare fitocannabinoidi su tessuto epilettico umano, e a mettere in luce un nuovo meccanismo d’azione del CBD su una particolare famiglia di recettori di tipo non cannabinoide.

I: Quanto è importante l’informazione e la comunicazione in questo ambito?

C: L’informazione e la comunicazione sono due aspetti fondamentali. Vanno eliminate le false credenze che avvolgono questa pianta, e messe in luce quelle che sono le vere caratteristiche delle molecole in essa contenute. Girano molte fake-news sull’argomento, e purtroppo anche molte persone non qualificate che si improvvisano terapeuti dando consigli molto spesso errati, se non pericolosi per la salute dei pazienti. La cannabis è un farmaco a tutti gli effetti, e la sua prescrizione deve essere fatta solo ed esclusivamente da medici preparati sull’argomento.

I: Cosa si augura per il futuro?

C: Mi auguro che l’argomento trovi sempre più spazio tra i colleghi clinici e ricercatori, e che la possibilità di ricorrere alla cannabis come opzione terapeutica sia presa in considerazione non solo come “ultima spiaggia” possibile, ma integrata nei vari protocolli terapeutici, li dove ci sia l’indicazione.