La Dott.ssa Salvadori scrive per InFioreScienza:
Cannabis e Fibromialgia

Da circa cinque anni prescrivo Cannabis terapeutica ai pazienti con patologie croniche che integrano il loro percorso convenzionale di cura con le medicine complementari. Il perdurare di una condizione infiammatoria di basso grado risulta essere il minimo comune denominatore delle patologie che possono ricevere giovamento dall’utilizzo della Cannabis terapeutica, i cui componenti, i Cannabinoidi, hanno una azione specifica sull’infiammazione e sulla regolazione dell’attività immunitaria.

In questo panorama trova spazio la cura della era Fibromialgia, malattia reumatica su base infiammatoria che colpisce prevalentemente le donne in cui più fattori contribuiscono alla sua insorgenza. Si presenta con dolore muscolo scheletrico con distribuzione dal collo fino agli arti inferiori, stanchezza cronica, disturbi dell’umore, del sonno, sindrome del colon irritabile e una serie di “patologie” associate su base immunitaria che ne complicano il quadro clinico, la diagnosi e non in ultimo la terapia.

Le donne affette da questa patologia sono estremamente intelligenti e sensibili: la malattia può scatenarsi dopo un evento traumatico, luttuoso o anche dalla sensazione di essere in una gabbia virtuale, una trappola che impedisce di cambiare una situazione emotiva. L’approccio terapeutico deve necessariamente essere integrato con la cura dell’aspetto psicologico (con l’utilizzo di EMDR o delle tecniche ipnotiche), nutrizionale, fisiochinesiologico ma un contributo importante è dato dall’utilizzo della Cannabis terapeutica (CT).

Il THC (tetraidrocannabinolo) contento nella CT ha efficacia nel sistema nervoso centrale, soprattutto sulle aree deputate alla gestione delle emozioni, nella regolazione del sonno, dell’ansia legata al dolore e alla tensione muscolare. Il cannabidiolo o CBD della CT ha un effetto prevalentemente antinfiammatorio, agisce sulla stanchezza cronica e sulla regolazione della funzionalità intestinale. I terpeni (oli essenziali contenuti nella CT che ne conferiscono il caratteristico odore e il sapore) sono responsabili dell’effetto “Entourage” per cui una sinergia tra questi elementi può amplificare o ridurre l’effetto dei Cannabinoidi.

Nella clinica si utilizzano piccole quantità di Cannabis magari con concentrazione di componenti diverse a seconda dell’obiettivo terapeutico e dell’ora del giorno in cui avviene la somministrazione per cui gli effetti collaterali sono esigui e variano dalla sonnolenza alla lieve tachicardia, effetti comunque transitori e che si risolvono in genere nel giro di pochi giorni.

L’assunzione della CT avviene prevalentemente per via orale, sotto forma di olio preparato galenicamente sulla base dell’indicazione del tipo di terapia che il medico decide su misura sul paziente: si inizia con poche gocce per una decina di giorni (tempo necessario affinché il farmaco si accumuli nel tessuto adiposo) per poi aumentare il dosaggio fino all’effetto terapeutico desiderato. Anche l’assunzione di CT tramite inalazione con appositi vaporizzatori è utilizzata in particolare per risolvere episodi di acuzie (dolore, rialzi pressori, risvegli notturni): l’effetto terapeutico con questo metodo si ottiene in un tempo breve (massimo 15 minuti) ma la durata di azione non supera le tre ore contrariamente alla somministrazione per via orale che consente una copertura sintomatologica di sei, otto ore.

I problemi legati all’assunzione della CT riguardano ancora il mondo scientifico e la disinformazione generale: c’è ancora bisogno di ulteriori studi e approfondimenti che mettano da parte l’unico elemento tossico che impedisce cura e progresso, il pregiudizio.

Dott.ssa Cristiana Salvadori
Medico Omeopata esperta in terapia con cannabis