I benefici della cannabis terapeutica:
la storia di Nicoletta

Sono diventata disabile all’improvviso, la notte del 24 febbraio 2014. La mattina precedente avevo corso i miei soliti 10 chilometri e mi sentivo benissimo. La mattina seguente non camminavo più: febbre alta, mal di testa e dolori migranti, profondi, persistenti alle gambe. Un quadro talmente anomalo da spingermi ad andare al pronto soccorso. Lì, hanno deciso il ricovero in medicina interna, cinque giorni di inutile degenza da cui sono stata dimessa con una diagnosi generica di virosi. I medici pensavano che ci sarebbe stata una regressione spontanea dei sintomi nel giro di poco tempo. Così non è stato. Anzi, nel tempo sono comparse parestesie diffuse e perdite di equilibrio.  E’ iniziata, allora, una peregrinazione da uno specialista all’altro in mezza Italia, che dura tuttora. Nessuna diagnosi. Molti medici mi hanno chiesto come mai, durante quel ricovero, non avessero pensato di fare un prelievo del liquor per indagare la strada del virus. Non posso dire con certezza quale sia stato il motivo di questa, chiamiamola, dimenticanza. Sospetto, però, che si sia trattato di un mero calcolo dei costi. E temo che questo spieghi anche perché, in un successivo ricovero diagnostico di appena quattro giorni, per l’ennesima volta siano stati eseguiti esami più di routine e non quelli più costosi che mi erano stati prospettati: inutile spendere troppi soldi per una paziente il cui quadro clinico è ascrivibile alle malattie rare, in buona parte sconosciute. L’unico esame non banale eseguito è una biopsia di cute, il cui esito faceva propendere per una neuropatia delle fibre nervose di piccolo calibro. Ma nessuna terapia, solo antidolorifici che agiscono a livello del sistema nervoso centrale, con conseguente stordimento difficile da conciliare con l’attività lavorativa. 

Per mia fortuna, ho un carattere combattivo. A fronte di risposte generiche e contrastanti, per non perdere il tono muscolare ho deciso di mantenermi in esercizio come potevo, nonostante il dolore e il parere contrario di diversi medici. Così, mi sono trovata pronta quando, a due anni dall’esordio della malattia, un ciclo di cortisone mi ha consentito di articolare nuovamente il passo. Un mese dopo questo miglioramento, sono andata all’Istituto Maugeri di Telese Terme, nel Beneventano, dove una neurologa che voglio citare perché le sono molto grata, la dottoressa Nolano, ha ripetuto la biopsia di cute che ha conclamato la neuropatia con perdita di fibre, ha eseguito altri test dai quali è risultata una sofferenza del sistema nervoso autonomo, ma soprattutto mi ha trattenuta lì cinque settimane per una riabilitazione neuromotoria intensiva che mi ha consentito di uscire dalla clinica camminando senza neppure bisogno delle stampelle.

Purtroppo, nonostante l’allenamento continuo, nel tempo si tende a perdere i risultati raggiunti. E anche i farmaci non mi hanno più dato lo stesso sollievo, la vita quotidiana è diventata complessa. Così, su consiglio di un anestesista, mi sono rivolta al centro di terapia del dolore di Castelfranco Emilia, nel Modenese, dove la dottoressa Mastronicola, altra figura rara nel panorama sanitario, mi ha presa in carico a trecentosessanta gradi. La cannabis terapeutica è stata la sua proposta. Prima ho provato il principio con THC, poi quello con solo CBD, e ora assumo un mix dei due sotto forma di preparato galenico, in associazione al solito antidolorifico di cui, però, ho ridotto il dosaggio. La terapia mi ha fatto molto bene, e senza troppi effetti collaterali, per diversi mesi. Ora, non so se per una maggiore stanchezza, ho calato le gocce giornaliere di cannabis perché mi sentivo molto stordita. Ma del resto, anche il farmaco mi fa lo stesso effetto. Al momento, quindi, sopporto un dolore più accentuato perché il dosaggio ottimale per contrastare i sintomi mi impedirebbe di lavorare con lucidità. La cannabis, però, ha la stessa efficacia del farmaco a dosaggio alto, con il vantaggio che intossica meno. So che molti fanno fatica a reperirla. Personalmente, presso la farmacia di Nonantola a cui si appoggia l’ospedale di Castelfranco Emilia, non ho mai avuto problemi. E’, invece, molto più difficile riuscire ad avere il preparato a Bologna, dove vivo, nell’unica farmacia abilitata: due volte su tra manca uno dei due principi attivi. Temo che uno dei motivi per i quali sia difficile trovare la materia prima sia legata alla resistenza, per non dire all’anatema, di una parte dei medici. Molto banalmente, penso che come il dolore ha una soglia soggettiva, allo stesso modo tutti gli antidolorifici hanno un’efficacia soggettiva. Se, quindi, a molti pazienti la cannabis dà sollievo, non vedo perché negare la possibilità di ricorrere a una terapia più naturale, considerato che, purtroppo, è a vita.